Cosa dice la legislazione italiana sul tema cryptovalute

E’ ormai fatto consolidato che l’espansione del mercato delle criptovalute, abbia necessariamente fatto nascere diversi quesiti sulla regolamentazione del settore sia in termini di tassazione che di gestione pura e semplice. E’ noto che fino a qualche anno fa il settore era visto come “di nicchia” riservato ad gruppi di appassionati di informatica e finanza, ma negli ultimi anni sia il notevole monte di cryptovalute trattate, che il valore in aumento anche a volte sproporzionato rispetto all’effettivo valore e potenzialita’,  ha attratto moltissimi nuovi investitori, cogliendo di sorpresa le istituzioni economiche internazionali. Il grande aumento delle quotazioni avvenuto da Novembre 2017 a Gennaio 2018, con il Bitcoin ai suoi massimi storici, ha portato un susseguirsi di annunci da parte dei governi di tutto il mondo riguardo alle intenzioni di regolamentare un mercato che fino ad allora aveva operato sostanzialmente in una zona “d’ombra”, priva di leggi chiare e specifiche, o di difficile interpretazione.
I governi che hanno portato maggior attenzione verso la regolamentazione sono quelli della Cina e della Corea del Sud, proprio i due paesi in cui il mercato delle criptovalute si è espanso più in fretta, e nei quali i governi hanno adottato approcci molto differenti. Infatti, mentre in Cina nel corso del 2017 il governo ha adottato misure molto rigide e concrete, la Corea del Sud ha fatto annunci confusi e contraddittori nelle prime settimane del 2018, contribuendo a generare panico e incertezze nel settore. Ma in Italia che succede?
La tassazione
In Italia, come in diversi altri paesi del mondo la situazione è poco chiara e si presta a molteplici interpretazioni, soprattutto per quanto riguarda la tassazione: attualmente in Italia la posizione dell’Agenzia delle entrate sulle criptovalute è definita unicamente dalla Risoluzione 72 pubblicata nel settembre del 2016. Ma è la risposta ad una semplice interpellanza di richiesta di chiarimenti, e quindi non ha valore di legge. La risoluzione – spiega il sito Coinlex, che si occupa di questioni giuridiche e fiscali sulle criptovalute – assimila le criptovalute alle valute estere.
Ma sarà cosa giusta? Infatti applicare per le imprese lo stesso trattamento fiscale sia sui capitali in valute tradizionali che su quelli in criptovalute non sempre ha senso, secondo diversi opinionisti, in quanto le valute con corso legale, cioè quelle tradizionali come dollari o franchi svizzeri, sono immediatamente utilizzabili, a differenza delle criptovalute che non lo sono : infatti avere a disposizione dei bitcoin o frazioni di esso su un portafogli virtuale, non significa possedere l’equivalente in euro o dollari, in quanto prima di ottenere il controvalore è necessario trovare un acquirente che li scambi.
Cosa che non accade se si possiedono dei dollari o altre valute regolamentate, in quanto è molto probabile che nel tempo il loro valore sarà pressappoco uguale, salvo spinte inflazionistiche o meno: e questo non si può affatto dire per le criptovalute, che oscillano moltissimo anche in periodi decisamente brevi, con evidenti ripercussioni nei bilanci delle aziende in caso di giacenza di cryptovaluta con conseguente necessita’ di copertura dai rischi, che non tutte le istituzioni finanziarie sono attualmente disposte a realizzare.
Per quanto riguarda i privati che investono in criptovalute, la situazione anche qui non è molto chiara. In linea puramente teorica, possedere criptovalute, cosi come possedere valute straniere, non è considerata un’operazione speculativa che genera reddito, e di conseguenza le eventuali plusvalenze non sono tassate. Ma per le valute straniere è però prevista una soglia: se un singolo possiede per non meno di sette giorni consecutivi l’equivalente di 51mila euro, non puo’ essere piu’ considerato un normale possesso di valute straniere ma un’attività speculativa, a cui deve essere quindi applicata un’aliquota del 26 per cento. Questa tassazione andrebbe quindi applicata anche alle criptovalute, ma dovrebbe essere pagata SOLO nel momento in cui eventualmente venga ottenuta la plusvalenza..
Ma è d’obbligo un’altra domanda visto che di norma le cryotovalute sono “parcheggiate” su exchange o siti di gestione con sede all’estero: Le cryptovalute possedute sono da dichiarare? In realtà le cryptovalute “possedute” dal privato sono in realta detenute dal sito, dal quale possiamo prelevarli (in teoria) quando vogliamo. Di conseguenza potrebbe ravvisarsi come “ un capitale investito all’estero” , indipendentemente dal suo ammontare e per questo andrebbe indicato nel quadro RW della dichiarazione dei redditi, riservato al monitoraggio dei capitali detenuti all’estero.